II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 65 questa orazione tra tutte tenne, una volta, degna di veder la luce per istampa. Poiché una sua dedica del dicembre 1708 a Marcello Filomarino 1 dimostra che almeno allora non era dell'opinione espressa più tardi nell’Autobiografia e già da noi ricordata, poiché questa seconda almeno pensava allora di darla alla repubblica delle lettere ; quantunque il suo disegno non avesse poi esecuzione. La preferenza dell’autore per questa seconda orazione non può aver altro significato se non che il Vico attri- buiva uno special valore alle verità quivi contenute, e le sentiva più vivamente nel suo animo. Profondità e intimità, che ci viene per altro attestata dalla forte elo- quenza con cui l’autore esprime il suo pensiero in questa orazione, che è tra le pagine più belle del Vico. Egli vi espone principii dell’etica, di cui nella prece- dente orazione aveva abbozzata la metafisica. Hostem hosti infensiorem infestioremque quam stultum sibi esse neminem. Tema, che in forma più piana può formularsi così: la felicità consiste nella cognizione del saggio che conosce se stesso (nel senso della prima Orazione) e, in se stesso, Dio. Il concetto medesimo classicamente svolto da Spinoza nell’ Etica, sorretto dalla intuizione neopla- tonica del bene come Uno immanente nello stesso mol- teplice: onde ogni essere tende all’unità da cui deriva. Il Vico comincia dal contrapposto, che abbiamo visto in Pico della Mirandola * 3, tra la natura e l’uomo : la natura, governata da leggi necessarie, assolutamente inviolabili, per cui ogni cosa non può essere che se stessa e non può realizzare se non la propria legge; l’uomo, dotato di una prerogativa, che è il principio di tutti i suoi mali: la libertà, onde può accogliere in sé le più aspre contrad- dizioni. La natura è fatta, l’uomo si fa: o, come dice 1 Opere*, ed. Ferrari, VI, 80-81. 3 Vedi anche Ficino, Theol. piai., XIV, 3.