6o STUDI VICHIAN1 stanza (necessità) della volontà divina, e alla libertà della nostra; mantiene cioè l’azione divina, e la volontà umana; o meglio quella in questa. Giacché, spinozianamente, egli nega l’assolutezza del male, nega il finito come finito, che non sia modo dell’ infinito. Questo luogo del De anti- quissima non è stato mai ben considerato, ma è di grande importanza per l'intelligenza del pensiero vichiano: Hinc fit quod in ipsis erroribus Deum aspectu non amittimus nostro: nam falsum sub veri specie, mala sub bonorum simulacris amplectimur : finita videmus, nos finitos sentimus ; sed id ipsum est, quod infinitum cogitamus: motus a corporibus excitari, a corporibus communicari nobis videre vide- mur; sed eae ipsae motus excitationes, eae ipsae communicationes Deum, et Deum mentem, motus authorem asserunt et confir- mant; prava ut recta, multa ut unum, alia ut idem, inquieta ut quieta cernimus 1. Nel De antiquissima quindi conchiude tornando a dire ambiguamente : « Sed cum neque rectum, neque unum, neque idem, neque quietum sit in natura; falli in his rebus nihil aliud est, nisi homines vel imprudentes vel falsos de creatis rebus in ipsis imitamentis Deum Opt. Max. intueri»; come se realmente l’intelligibilità da lui ve- duta nel molteplice non fosse l’uno, e nel movimento la quiete, e così via. Ma il fiore sboccerà nella Scienza Nuova : dove i bestioni diverranno la prima forma necessaria dello spirito divino nel corso dell’umanità: e la grazia agostiniana diventerà quindi assoluta immanenza. Ma torniamo al cartesianismo vichiano del 1699. È chiaro ormai ch’esso è tutto un cartesianismo platonico, e come dire, capovolto. Tutti i mistici medievali, da Agostino in poi, movendo da Plotino, rientrano in inte- riore homine, per risalire quindi sopra la mente a Dio. E Vico aveva ragione di dire che quel che c’era di nuovo 1 De ani., c. VI: Opere, I, 174; cfr. Opere1, ed. Ferrari, III, 209-10