I. IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO DEL VICO 15 studio del Croce, ossia dal maggiore studio che ci sia intorno al pensiero vichiano. Quest’atteggiamento del Cotugno verso il suo autore ha evidentemente il suo difetto, ma ha anche il suo pregio : e l’uno è inseparabile dall’altro. Si vuol dimostrare che « G. B. Vico non era stato un solitario, un anacronismo tra i suoi contemporanei (che non lo avevano compreso), ma sibbene una voce de’ tempi, un genio sublime che aveva sintetizzato il suo secolo » 1 ; e l’ultimo capitolo, a cui è indirizzata tutta la dimostrazione dei tre prece- denti (i più importanti del volume), e che è intitolato, come tutto il libro, La sorte di G. B. Vico, torna a riba- dire quello che già si sapeva e s'era sempre detto, che Vico non passò inosservato al suo tempo (tutt’altro !), ma non fu punto capito. Fu dunque un anacronismo, o no ? Se fosse stato la maggior voce del suo secolo, tutti i pensatori del tempo avrebbero trovato nella Scienza Nuova la più profonda espressione del loro stesso pensiero, la soddisfazione più adeguata ai loro maggiori bisogni spirituali. Ciò che anche il Cotugno documenta che non avvenne. Non solo pertanto egli dimostra ciò che ormai non ha più bisogno di esser dimostrato; ma pare creda di dimostrare il contrario. Lo stesso difetto di critica nel primo capitolo del libro, dove l’autore si rifà dal Medio Evo e dalle contese d’allora tra Chiesa e Stato e dalla Scolastica, per venire al risorgi- mento filosofico e al rinnovamento sperimentale delle scienze: il tutto per cenni che son troppo e troppo poco agl' intenti del libro. Lo stesso difetto nella indetermi- natezza di molti giudizi particolari; ma sopra tutto nella incompiutezza delle citazioni: che sono un accessorio, ma un accessorio di non piccolo interesse in un libro come questo. Il quale raccoglie attorno al Vico una messe 1 o. c., p. v.