i48 ir. BERNARDINO T ERESIO scendente (e rimane tutto quello che nell’Aristotele ori- ginale e nell’Aristotele medievale, ossia nella scolastica, era tale) non serve più alla ricostruzione e spiegazione della realtà che è la sola realtà del filosofo. Sicché la filologia del sec. xv riesce, ricalcando gli antichi modelli con lo spirito nuovo dell’Umanesimo, a cavarne due intuizioni generali, in cui la filosofia greca riapparisce trasfigurata e come ricreata dal soffio del cristianesimo, inteso come affermazione dell’autonomia e del valore assoluto della natura e dell’uomo. La nuova filosofia infatti dicesi platonica e aristotelica; ed è cristiana, ancor- ché mal veduta e condannata dai rappresentanti ufficiali del cristianesimo. Guardatela in Machiavelli, contemporaneo di Pompo- nazzi e suo coerede della tradizione filologica del sec. xv. Tutto il suo realismo politico, quella concezione dello spirito, della storia, dello Stato, fondata sulla visione della realtà effettuale e illuminata dalla lezione degli antichi, non è, come il positivismo guicciardiniano, un empirismo, ma una vera e propria speculazione (Machia- velli è un idealista). La quale dello studio degli antichi si giova solo per liberare l'uomo dalle contingenze storiche, quali sono per lei tutte le forme e istituzioni medievali sorrette dalla autorità di una tradizione irrazionale ; a fine di studiarlo per quel che esso è, nelle sue forze e nelle sue reali attinenze col resto del mondo, vero ed unico autore della sua storia: una specie di naturalismo del mondo umano. Guardate, dico, questa nuova filosofìa nel Machiavelli. Machiavellismo dopo un secolo, nel Campanella, sarà sinonimo di « achitofellismo », negazione di ogni fede reli- giosa. E l’achitofellismo, più o meno apertamente e corag- giosamente, è la conclusione definitiva e il succo delle dottrine di tutti i pensatori del Cinquecento: anzi, di tutto lo spirito italiano del secolo, a cui l'interpretazione