IV. l' intelletto umano è in noi, se non per la volontà; e intelletto e volontà, come aveva insegnato Aristotele, vanno insieme; e universale è anche Voggetto della volontà, la quale non ama o odia (come l’appetito) individui particolari. Di guisa che, se l’intelletto è estrinseco aH’uomo e non si unisce ad esso come forma, ma come motore, e però non fa uno con esso, non ci sarà neppur volontà neH'uomo, e nessuno sarà padrone de’ propri atti ; né, in conseguenza, ci sarà ragione mai di lode o di biasimo. Quod est divelle re prin- cipia moralis philosophiae] qualcosa di assurdo, o contra- rio alla vita umana (che non sarebbe più luogo a consigli, né a leggi). E insomma che l’anima umana sia per propria potenza intellettiva deve tenersi non già solo, come vor- rebbero gli averroisti, perché ci è rivelato dalla fede, ma perché negarlo è contrastare alla stessa evidenza (niti contra manifeste apparentia I), Dottrina mirabile pel suo tempo, in cui tutto il pen- siero gravitava verso l'oggetto del pensiero, e mal gli poteva riuscire di scorgere la libertà, l’intrinseca e propria natura dello spirito. Dottrina, che da Tommaso era rag- giunta per libera e affatto spregiudicata genialità spe- culativa; poiché se essa giovava a rinsaldare i principii della morale e a render concepibile, col suo immanen- tismo, l’atto del conoscere, diventava, d’altra parte, estre- mamente pericolosa a quella trascendenza, cui pareva a prima vista soccorrere. Ché la libertà conoscitiva e pra- tica, la soggettività individuale dell’uomo premeva a Tom- maso restituire, in ultima istanza, ai fini oltremondani, dove la conoscenza schietta del vero si sarebbe adempiuta e la moralità avrebbe posato nel raggiungimento del bene a cui è diretta. Ma codesto soggetto ristaurato dal tomismo, unità in- tima di anima naturale e d’intelletto, era compatibile a 1 Op. cit., p. 457.