I. LA FILOSOFIA SCOLASTICA IX ITALIA 19 Quando questi sogni s'infransero, od ei cercò un pascolo allo spirito negli studi dei religiosi, le passioni di parte lo ebbero presto avvolto nelle loro spire, e distratto nelle cure politiche e negli affanni tempestosi delle lotte citta- dine. Uscir dalle quali fu per lui, com'era naturale, un tornare bramoso a se stesso, allo spirito d’una volta, dell’età più lieta, alla poesia: alla poesia bensì maturata nei contrasti del mondo, nella prova dolorosa, nella grave riflessione dell’uomo, che s’era una volta accostato alla filosofìa e trovava già nella folta esperienza della storia più agitata tanta materia di meditazione e tanti spiragli di verità luminosa. Sicché le sorti della sua vita e gli ammaestramenti della scuola poterono presto persuaderlo a comporre in uno tutti i bisogni imperiosi del suo spirito: tornare alla dolce poesia, ma filosofando; tornare alla Beatrice degli anni belli, ma per trasfigurarla nella medi- tazione degli anni maturi, cui non arridono più gl’ incan- tamenti d’amore, e dell’uomo fatto pensoso dal serio spet- tacolo del mondo. Non scriverà una somma (per Dante la somma era stata scritta da Tommaso d'Aquino); ma qualche cosa di più di una somma, che contiene sì la verità, ma non più nuda e disamabile, e però imperfetta. Laddove la forma ideale della verità nuova bandita dal cristianesimo non avrebbe dovuto esser da meno di quella che l’antica aveva ottenuta da Virgilio; e doveva riceverla per Dante in un poema, al quale, quando era presso a compierlo, ei potè pensare che avessero posto mano cielo e terra 1 : le celesti ispirazioni della fede e le supreme con- cezioni della ragione terrena. Così la filosofia entrava non solo in quanto pensata e fermata nella lingua volgare, ma, quel che è assai più, raffigurata nei fantasmi del monumento più magnifico della nostra arte, nella letteratura nazionale. Vi entrava 1 Par., XXV, 1-2.