Full text: Studi Vichiani

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STUDI VICHIANI 
Aveva pubblicato da poche settimane, anzi da pochi giorni, 
il suo gran libro; e con quanta trepidazione ne aspettasse i 
primi giudizi dei concittadini nessuno dei quali (egli pur lo 
sapeva !) era propriamente preparato a rendersi conto dei 
profondi concetti animatori della sua opera, si può vedere 
dalla lettera che scriveva a un amico. Lettera dolente e 
superba, ma tutta piena di alta fede religiosa: 
In questa città sì io fo conto di averla mandata al diserto, e 
sfuggo tutti i luoghi celebri per non abbattermi in coloro a’ quali 
1’ ho io mandata; che, se per necessità egli addivenga, di sfuggita 
lì saluto: nel quale atto non dandomi essi né pure un riscontro 
di averla ricevuta, mi confermano l’oppenione di averla io man¬ 
data al diserto. Io poi devo tutte le altre mie deboli opere d’ in¬ 
gegno a me medesimo, perché le ho lavorate per mie utilità pro¬ 
postemi affine di meritare alcun luogo decoroso nella mia città: 
ma poiché questa università me ne ha riputato immeritevole, io 
certamente debbo questa sola opera tutta a questa università, la 
quale, non avendomi voluto occupato a legger paragrafi, mi ha 
dato l’agio di meditarla ». (Dove si accenna alla gravissima de¬ 
lusione toccatagli nel concorso alla importante cattedra di Di¬ 
ritto civile della mattina, alla quale aspirava e si veniva prepa¬ 
rando da molto tempo). « Sia per sempre lodata la Provedenza, 
che, quando agli infermi occhi mortali sembra ella tutta rigor 
di giustizia, allora più che mai è impiegata in una somma beni¬ 
gnità ! Perché da quest’opera io mi sento avere vestito un nuovo 
uomo, e pruovo rintuzzati quegli stimoli di più lamentarmi della 
mia avversa fortuna, e di più inveire contro alla corrotta moda 
delle lettere, che mi ha fatto tale avversa fortuna, perché questa 
moda, questa fortuna mi hanno avvalorato ed assistito a lavorare 
quest'opera. Anzi (non sarà per avventura egli vero, ma mi piace 
stimarlo vero) quest’opera mi ha informato d’un certo spirito eroico, 
per lo quale non più mi perturba alcuno timore della morte e speri¬ 
mento l’animo non più curante di parlare degli emoli. Finalmente 
mi ha fermato, come sopra un’alta adamantina ròcca, il giudizio 
di Dio, il quale fa giustizia alle opere d’ingegno con la stima de’ 
saggi, i quali, sempre e da per tutto, furono pochissimi » *. 
1 Lett. del 25 ott. 1725 al p. Giacco, in Vico, L’Autob., il Carteggio 
e le poesie varie, ed. Croce-Nicolini, p. 187.
	        

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