Full text: I problemi della scolastica e il pensiero italiano (12)

II. BERNARDINO TEI.ES IO 
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oscillazioni che intorbidano qua e là la sua vista, e che 
hanno impedito a’ suoi critici, da Bacone in poi, di scor¬ 
gere l’intima coerenza della sua filosofìa. 
Il disegno suo era grandioso, poiché col suo nuovo 
intuito doveva ripercorrere tutto l’universo, armeggiando 
contro Aristotele, che, in persona de’ suoi pedanti fanatici 
e petulanti seguaci, 1’incalzava sempre alle spalle. Qual 
meraviglia che qua e là tentenni, e gli tremi il polso? 
Qual meraviglia, innanzi tutto, che egli non si fermi a 
definire con sufficiente chiarezza la logica del proprio 
pensiero, quella logica che nel suo pensiero c’era, e di cui 
sì serviva infatti nella polemica contro Aristotele? Il me¬ 
desimo per l’appunto accadde, ripeto, al Vico; e più o 
meno è accaduto in ogni tempo a tutti i filosofi. In ciò 
il difetto maggiore della filosofia telesiana; talché vi accade 
di sorprenderla talvolta irresoluta innanzi a questioni, 
la cui soluzione è data irrefutabilmente dal reale prin¬ 
cipio di essa. 
Mi si consenta un esempio. Tutte le cose sentono o no? 
Per Campanella, che, come ogni continuatore, è più gover¬ 
nato dalla logica del sistema che sviluppa, non c’è dubbio. 
Nel De rerum natura di Telesio, invece, ci sono luoghi in 
cui, spuntata la questione più determinata, se il caldo e il 
freddo sentano, ora si dice che bisogna manifestamente 
attribuire il senso ad entrambi, ed ora che bisogna attri¬ 
buirlo almeno a imo dei due 1. Gli faceva intoppo infatti 
la difficoltà che il senso è moto dello spirito, ossia 
della sostanza più attenuata dal caldo: sì che se il senso 
1 Vedi De ver. nat., I, 6: dove, dopo aver ripetutamente asserito che 
il senso è necessario al caldo e al freddo, conchiude: « Xec vero, nisi 
caloris frigorisque, aut alterius saltem, itaque caeli terraeque, 
aut alterius, proprius sit sensus, animalibus, quae ab ipsis consti¬ 
tuta sunt, insit ullus: qui enim, quae nec caelo nec terrae, iis quae 
a caelo terraque fiunt, indi queat facultas? » (ed. Spampanato, p. 27). 
Ma nell’ed. 1570 (I, 34) aveva sostenuto «sentiendi facultatem naturae 
agenti utrique traditam esse, et in ea sola caelo terram convenire : at 
exquisitiorem omnino eam calori tributam esse ».
	        

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